Valerio Agnoli: “Il mondo dalla bici è più bello”

Valerio Agnoli: “Il mondo dalla bici è più bello”
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Il campione fiuggino si racconta: gli inizi nel professionismo, l’amore per la sua famiglia e il legame con la Ciociaria. Con un sogno da realizzare.

Sacrifici e momenti difficili tanti, ma oggi posso dire che sono molto soddisfatto.

Professionista dal 2005, Valerio Agnoli oggi è in forza alla Bahrain-Merida, stesso team di Vincenzo Nibali, suo capitano e grande amico. Sul sito della Bahrain viene descritto così: “uno dei più leali compagni di squadra, un corridore generoso che aiuta sempre gli altri, e rispetta le consegne”.
Incontrarlo non vuol dire parlare solo di ciclismo, ma anche del rispetto per gli altri, dell’importanza dell’educazione, dei sacrifici, dei tanti progetti che sta portando avanti per valorizzare Fiuggi e lo splendido territorio intorno, dove ha imparato ad andare in bicicletta.

Tutto nasce da un volantino della famiglia De Santis che aveva aperto una scuola di ciclismo, avevo sette anni. Nessuno dei miei familiari faceva sport, non c’era in famiglia una passione particolare per il ciclismo. Ho letto quel volantino e mi è scattato qualcosa dentro. Ho iniziato così, con la Polisportiva Fiuggi.

La bicicletta: un grande amore.
Proprio così. Sulle due ruote ho provato sensazioni uniche, ho capito quasi subito che c’era qualcosa di speciale. C’è stata una lunga gavetta, poi la svolta è arrivata quando ci avevo quasi rinunciato, pur avendo vinto molte corse a livello giovanile. Avevo 18 anni, arrivò una telefonata dal team manager della Domina Vacanze, la squadra di Cipollini. Quel viaggio fatto da Fiuggi a Civitanova Marche con il mio allenatore di allora, Pierluigi Terrinoni, ancora me lo ricordo per l’emozione. Mi propongono un contratto di sette anni tra i professionisti. Un sogno che si avverava. Sono passato direttamente da junior ai professionisti, come Filippo Pozzato – uno molto forte – con cui correvo nelle corse giovanili.

Non deve essere stato facile l’inizio tra i professionisti.
In realtà devo dire che mi sono trovato subito bene. Vivere da professionista insieme ad atleti di tutto il mondo, far parte di una squadra, allenarsi sei ore al giorno in bicicletta era tutto ciò che desideravo. Certo per un ragazzo di vent’anni fare sacrifici, non poter fare tardi la sera, stare lontano dalla famiglia e dagli amici può esser duro, ma quella era la vita che volevo fare, per cui affrontavo tutto con passione e dedizione. Momenti difficili tanti, ma ho tenuto duro, e oggi posso dire che sono molto soddisfatto.

Che tipo di corridore sei?
Mi definisco un passista-scalatore, vado bene in salita e sui percorsi misti. Principalmente sono un corridore al servizio del suo capitano. Tiro fino ai tre chilometri dall’arrivo, poi mi faccio da parte. Sono un generoso, lavoro per il bene della squadra. Cerco sempre di dare il massimo, io per primo devo sentirmi soddisfatto alla fine di ogni gara.

Quali sono le tappe a cui sei più legato?
La tappa più bella al Giro è stata quella di Verona, nel 2010. Arrivare dentro l’Arena, da solo, con tutta quella gente a tifare per me, con Ivan Basso – il mio capitano – praticamente già in maglia rosa, è stata un’emozione incredibile. Un altro ricordo molto bello è legato al mitico Zoncolan, sempre nel 2010: salire su a 1800 metri, una grande vittoria di tutto il team Liquigas. Gli ultimi due chilometri da pelle d’oca: la folla ai lati che urlava il mio nome. Sono stati momenti incredibili, un insieme di emozioni ma anche di attenzione: c’è sempre il pericolo che qualcuno ti faccia cadere.

A proposito di Giro d’Italia: ci sarai quest’anno?
Ancora non è stata definita la squadra, vedremo tra un po’ di tempo.

Chi è il tuo maestro di sport?
Ivan Basso, sono molto legato a lui, ci sentiamo spesso. Un campione, un grande motivatore, mi ha insegnato tanto.

Sei anche il compagno fedele di Vincenzo Nibali.
Da juniores eravamo avversari e ci stavamo antipatici,  oggi oltre a correre nella stessa squadra, siamo anche molto amici. Tra l’altro mia moglie Maria Giovanna e sua moglie Rachele – di Acuto – sono amiche da sempre. Anche Vincenzo ha un legame speciale con la Ciociaria: si è sposato a Fiuggi, quando viene dai suoceri ci alleniamo insieme su queste strade.  Nibali non è solo quel fenomeno che tutti conoscono, ma anche un ragazzo semplice, dai valori solidi. Merita il successo che ha, tutti i traguardi raggiunti non sono un caso, dietro ci sono grandi sacrifici.

Esiste ancora l’idea del ciclismo sport popolare e romantico?
Per me sì.Il ciclismo è lo sport di tutti: ti passa sotto casa, è gratuito, si fa all’aria aperta. Quando corro il Giro d’Italia, dal sud a nord, entriamo nelle case degli italiani, nei piccoli centri. Sento quel tifo, guardo le loro facce, persone di ogni età, ecco quel momento lì mi ripaga di tutto. Bisogna saper cogliere quelle emozioni. Se facciamo un mestiere che così bello, lo dobbiamo anche a loro.   

Cosa pensi del problema doping?
Ogni professionista oggi è obbligato a seguire un programma chiamato Adams, in cui ogni giorno diciamo dove ci troviamo. I controlli possono avvenire ovunque dalle 5 AM alle 23 PM. È un modo del ciclismo per rendersi credibile al mondo dopo anni difficili.

C’era una certa tolleranza in passato?
Era opinione diffusa che per ottenere risultati importanti, si doveva per forza passare attraverso il doping. Con questo non voglio dire che lo facevano tutti, ma insomma c’era quasi l’idea che fosse una cosa non lecita ma tollerata. Noi oggi stiamo pagando quegli anni, quel sistema stava portando l’ambiente a perdere credibilità e consenso. Il doping è una cosa folle, c’è il serio rischio di rimetterci la salute, con conseguenze che nessuno può immaginare. Atleti, preparatori, medici, dirigenti, tutti noi addetti ai lavori oggi dobbiamo essere integerrimi, avere regole ferree. Chi non rispetta le regole è fuori.

E di Armstrong che mi dici?
Io ho corso un Giro d’Italia con lui, tengo gelosamente a casa un suo cappellino. Lance per noi era un idolo, un fuoriclasse inarrivabile, uno che ha vinto sette Tour de France. Giravano voci a cui non volevo credere. Certo poi quando è scoppiato il caso mi sono sentito tradito. Sì mi ha deluso.

Hai fatto in tempo ad innamorarti di Pantani?
Assolutamente sì. Tutti i ciclisti della mia generazione sono figli delle imprese di Marco. Un eroe romantico, ha reso questo sport ancora più popolare in tutto il mondo. La gente impazziva. L’ho incontrato una sola volta, in un Giro del Lazio nel 2004, ero molto giovane e  mi ricordo l’emozione di vederlo in bicicletta. Non ebbi nemmeno il coraggio di avvicinarlo. Gli dobbiamo molto, un campione sfortunato che rimane nel ricordo di tutti noi.

Andare in bici ti emoziona ancora?
Sempre. La bicicletta è un veicolo di conoscenza, sviluppa connessioni, cambia il tuo modo di guardare il mondo. Mi alleno ogni giorno e sono un uomo felice. In sella impari la disciplina, il sacrificio, il rispetto delle regole. Non si può spiegare il piacere a parole, bisogna prendere la bici e pedalare. Lo dico sempre ai miei figli: meno tablet e più sport e natura. Per questo mi rivolgo soprattutto ai più giovani: andare in bicicletta vuol dire provare emozioni.

Il futuro? Una squadra di ciclisti in erba per dare un’oppourtunità ai nostri giovani.

Parlando di sviluppo turistico in Ciociaria, cicloturismo e piste ciclabili sono temi centrali.
Che ne pensi?

Il cicloturismo è una cosa che funziona in tutto il mondo, ci sono milioni di appassionati. Quando vado in giro per il mondo ti posso assicurare che Fiuggi è un brand molto conosciuto. Ora la sfida è portare qui i milioni di appassionati. Abbiamo tanto da dare, ma dobbiamo farci trovare pronti. Dobbiamo creare le condizioni affinché il cicloturista possa trovare tutto quello di cui ha bisogno. Quando mi alleno sulle nostre montagne mi sorprendo sempre per la bellezza del territorio: la “Cimetta” (la strada che collega Guarcino agli Altipiani n.d.r), le salite di Campo Catino, Monte Livata, sono un toccasana dell’anima. Strade molto belle non solo per noi ciclisti, ma per chiunque. Non c’è traffico, aria pulita, un paesaggio incredibile, una grande varietà enogastronomica. E lo dice una persona che va in bici in tutto il mondo.

Cosa farai da grande?
Il mio futuro sarà comunque legato alle due ruote. Mi piace molto lavorare con i ragazzi, trasmettergli l’amore per lo sport, aiutarli a credere in se stessi.

Hai già dei progetti in campo?
Uno dei miei progetti principali è quello di creare un’Academy di ciclismo qui a Fiuggi. Voglio formare una squadra di ciclisti in erba, dare ai nostri giovani delle opportunità. Con soddisfazione posso dire che la mia “Gran Fondo Valerio Agnoli”, arrivata alla settima edizione, può contare su migliaia di partecipanti. Quest’anno l’appuntamento era previsto per il 9 giugno (ndr edizione 2020 annullata causa covid). Stiamo lavorando per farla partire all’interno delle Terme di Fiuggi. Sarà una bella giornata di festa.

Andrea Giorgilli

(intervista uscita sull’edizione cartacea di Girocittà 2019)