Malattie ed epidemie nell’ottocento pontificio

Malattie ed epidemie nell’ottocento pontificio
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Provvedimenti, raccomandazioni e curiosità in una mostra dell’Archivio di Stato di Frosinone

NdRLa mostra si è tenuta presso l’Archivio di Stato di Frosinone l’8/10/2017

L’Archivio di Stato di Frosinone ha realizzato una mostra dal titolo Malattie ed Epidemie nell’Ottocento Pontificio. La ricerca è stata svolta nelle carte della Delegazione Apostolica e va dalla Restaurazione alla fine dello Stato Pontificio. La mostra è stata articolata dividendo la documentazione per argomenti; nella prima parte si sono messi in evidenza i provvedimenti emanati dal Delegato Apostolico per evitare il contagio e la diffusione del morbo epidemico: pulizia delle strade e scolo delle acque putride, vigilanza sull’uccisione delle bestie e vendita delle carni, allontanamento dal paese della macerazione della canapa, limitazione di circolazione alle persone, che oltre il passaporto dovevano avere anche il certificato sanitario. Coloro che venivano colpiti dalle febbri nervose dovevano essere isolati in appositi locali, praticare loro lavande con l’aceto oltreché disinfettare gli stessi locali con suffumigi secondo il metodo di Morveau. La seconda parte ha riguardato le regole per l’esercizio dell’arte medica ed il contrasto all’esercizio abusivo della professione, cerretani che giravano di paese in paese, esercitando l’arte salutare senza alcuna conoscenza medica… ed in seguito [il cerretano] trasportatosi in Roma, e sottoposto all’esame dell’Alta Chirurgia, per aver dichiarato d’essere ignaro della Medicina, vi riuscì infelicemente. Il cardinale Camerlengo Galleffi nel 1830 ordinava che tutti coloro che esercitavano le Arti salutari maggiori o minori nello Stato Ecclesiastico, ossia medici, chirurghi, speziali, flebotomi, ostetrici, mammane, semplicisti [raccoglitori di erbe medicinali], oculisti, dentisti, veterinari, ernisti, venditori di medicine semplici o composte dovevano presentare diplomi di laurea, magistero, patente. La terza parte è relativa alle tabelle periodiche delle malattie che ogni comune doveva inviare settimanalmente alla Delegazione. La malattia più comune era di natura febbrile e veniva classificata come continua, perniciosa, periodica, terzana, quartana; i rimedi più comuni prevedevano l’uso della polpa di cassia e tamarindo, della china, dell’ipecacuana, della gomma arabica, tartaro emetico, gocce di laudano, spirito canforato, delle fomentazioni e anche delle sanguisughe.

Numerose le problematiche

Un altro gruppo di documenti trattò delle spezierie e mirò ad offrire uno spaccato sul mondo delle erbe e degli altri rimedi che venivano utilizzati dai medici per debellare le malattie. Il documento che tratta della visita ispettiva nella spezieria di Trevi è fondamentale in questo senso. La descrizione dei prodotti presenti nella spezieria, che ammontavano a 68, è dettagliata e di ognuno è descritto il peso o la quantità in rapporto ai bisogni della popolazione del paese. La quinta parte tratta del vaiolo arabo, malattia assai pericolosa che molto spesso portava alla morte. Degli anni quaranta è la comunicazione del Delegato Apostolico M. Orlandini nella la quale si diceva che il vaiolo stava mietendo molte vittime in molti luoghi dello Stato per essersi messa in dimenticanza la provvidenza della inoculazione vaccina. Qualche anno più tardi in un altro documento si dichiarava che, nonostante l’impegno del medico, le madri non volevano insinuare alla loro prole un nuovo morbo che la natura potrebbe forse risparmiare. La vaccinazione andava a rilento nella Delegazione perché molti medici non svolgevano con la dovuta solerzia la loro professione ed anzi snobbavano gli ordini superiori. Ma dove non arriva il convincimento personale arriva l’obbligo di legge; nel 1849 la Direzione della Pubblica Sanità emetteva una ordinanza riguardante l’obbligo della vaccinazione per tutti. I padri di famiglia, i tutori … sono obbligati a far vaccinare tutti gli individui affidati alle loro cure … Nessun individuo può essere accolto o rimanere nelle scuole … se non provi di essere stato vaccinato. L’ultima parte della documentazione esposta tratta del colera, malattia infettiva che nel periodo analizzato ha avuto tre picchi, nel 1836, nel 1854 e nel 1867, ogni volta lasciando dietro di se una percentuale di mortalità di circa il 50%. Nel 1836, il Delegato Apostolico D. Savelli emetteva una notificazione con la quale, per prevenire il morbo già presente nel limitrofo Regno, raccomandava una serie di norme di carattere generale che dovevano essere messe in pratica.

Le epidemie modificavano la vita sociale

Insieme a raccomandazioni sempre valide in ogni caso, come la pulizia scrupolosa della casa e della persona, ve ne erano altre relative all’alimentazione, al vestiario, al lavoro e alla tranquillità di spirito, che sembravano indirizzate più alle persone benestanti che alla gran massa della popolazione. Nella colazione ottima è stata ritrovata la cioccolata … Utilissimi sono gli infusi di Thé di Camomilla, di Sambuco purché di questi non si abusi. Avvertite, che il sudore non vi si asciughi, e raffreddi sul corpo. Ritiratevi presto nelle vostre Case guardandovi dall’aria notturna, ed uscitene, se potete, tardi alla mattina per sfuggirne l’umido. … Una rassegnazione religiosa sia con voi per darvi una perfetta calma. Credete fatale qualunque passione… In caso di contagio i malati dovevano essere isolati e le case dovevano essere disinfettate col mettere in una pentola del nitro e dell’acido solforico ossia spirito di vitriolo a dosi eguali. Nei casolari dei poveri non potendosi alcuno discostare dal letto dell’infermo, non essendovi talora, che un solo ambiente, abbiasi l’avvertenza di far esalare quasi di continuo dell’aceto messo a bollire in una pentola, e con questo stesso aceto lavarsi frequentemente le mani. Le epidemie modificavano la vita sociale tanto che in occasione di pellegrinaggi religiosi, le autorità cercavano di impedire la partenza di fedeli in quanto … ammaestrando l’esperienza che le forti riunioni di Popolo che quasi nel generale viaggia a piedi, sono cagione dello sviluppo del morbo. Concludono l’esposizione alcune tabelle relative alle epidemie del 1854 e 1867. La prima ha avuto forte impatto a Monte San Giovanni, che su 207 colpiti, come risulta dal resoconto dei medici condotti ha avuto 104 morti e 103 guariti. La seconda epidemia di colera invece, che si è concentrata soprattutto sui comuni a nord della provincia ha provocato oltre 400 morti, con picchi di mortalità, in alcuni comuni, di circa il 50%.

Giulio Bianchini, Archivista di Stato