La tradizione della Befana in Ciociaria

La tradizione della Befana in Ciociaria
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La tradizione della Befana in Ciociaria: mito popolare tra sacro e profano

Si, è vero. Oggigiorno per i bambini occidentali e quindi anche ciociari, il simbolo più assoluto delle festività natalizie è la figura di Babbo Natale: il gigante buono dalla barba bianca che vive in Lapponia, dove, insieme ai suoi aiutanti elfi, lavora tutto l’anno per preparare i doni a loro destinati. Così, la notte tra il 24 e 25 dicembre, attendono con ansia il suo arrivo sulla slitta magica trainata dalle velocissime renne, sperando di ricevere il regalo tanto desiderato.
Un tempo però le cose erano diverse. Senza andare troppo indietro negli anni e prima che la tradizione pagana legata a Babbo Natale prendesse piede in Italia, i bimbi, in Ciociaria festeggiavano unicamente l’arrivo della Befana (dal greco epi-phania, manifestazione), collegandolo al simbolismo cristiano della venuta dei Re Magi presso la grotta di Betlemme, sulla scia luminosa della Cometa. Così come Gaspare, Melchiorre e Baldassarre portavano in dono al Bambino Gesù oro, incenso e mirra, così la Befana, che ha fatto la sua comparsa in una società semplice e contadina, ha iniziato a portare doni ai bambini. Nella maggior parte dei casi dolciumi, frutta, o al massimo piccoli giocattoli ricavati dal legno o magari riciclati, passati di generazione in generazione. Oggetti di pochissimo conto che agli occhi di quei bambini assumevano un valore immenso, spropositato.
Nel territorio ciociaro, l’usanza di attendere nella notte fra il 5 e il 6 gennaio l’arrivo della vecchietta che vola a bordo di una scopa, un po’ bruttina ma tanto generosa, è stata particolarmente forte. Soprattutto nelle campagne, l’Epifania era legata a un forte simbolismo che induceva i contadini a prevedere l’andamento annuale delle coltivazioni sulla base delle condizioni metereologiche nei dodici giorni che intercorrevano tra il Natale e il 6 gennaio.
Inoltre, si racconta che le ragazze in età da marito facessero una sorta di rito propiziatorio di fronte al camino acceso, gettando foglie di ulivo sulla brace che potevano generare o meno uno scoppiettio: se ciò avveniva, l’esito sarebbe stato positivo, dunque la fanciulla si sarebbe sposata nel corso dell’anno; in caso contrario, l’esito sarebbe stato ovviamente negativo.
Se si pensa poi al Ventennio viene subito in mente la Befana fascista, ulteriore prodotto della spinta nazionalista avviata da Mussolini, volta a valorizzare le iniziative e tradizioni autoctone a scapito delle tendenze esterofile. Da lì l’usanza, tuttora vigente in moltissime città ciociare, di disitribuire attraverso i Comuni, il dono della Befana a tutti i bambini in età scolare.
Nel capoluogo ciociaro, inoltre, persiste  tuttora il costume, alla vigilia della Epifania, di girovagare per la città in piena notte a portare la cosiddetta “matunata” a casa di parenti e amici, muniti di strumenti musicali reali o improvvisati, al fine di diffondere l’allegria.  Una sorta di saluto augurale che sicuramente, sino a qualche tempo fa, era ancora più vivo e capace di coinvolgere tutti i rioni della città, da Sant’Antonie a Piazza Garebbalde fino a Santa Maria.
Nonostante la tradizione della Befana si sia nel tempo affievolita, sovrastata dalla capacità “globalizzatrice” di Babbo Natale, nei paesini e nelle città Ciociare, i bambini continuano ad appendere le calze vuote di fronte al caminetto, sperando si riempiano di dolciumi a volontà e magari dell’ultimo regalino a chiusura delle feste. L’importante è che siano stati buoni durante l’anno, altrimenti cenere e carbone saranno assicurati!

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