La Ciociaria stregata

La Ciociaria stregata
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Bambini piangenti, fanciulle disperate, guerrieri in cerca di vendetta, centinaia sono gli spiriti disseminati nella nostra terra

Dalla notte dei tempi, le oscure presenze arricchiscono le nostre leggende e animano un’abbondanza di racconti, carichi di fascino sinistro, che non possono lasciarci indifferenti.

Anche nella città di Frosinone le storie che ci fanno calare addosso il gelo dell’inquietudine non mancano.
Esistono leggende riguardo un’insolita pioggia di sassi caduta sul palazzo del governo, sull’annegamento di un bambino dalle proporzioni enormi a cui ha seguito una processione di ventisette vergini, e poi si racconta di un artista, Cristobal, rimasto col volto intrappolato dalla sua maschera di scena, imprigionato a vita nella sua espressione.

A Serrone il mistero è avvolto intorno l’Eremo di San Michele, il santuario dedicato a San Michele Arcangelo, sul costone del Monte Scalambra, fondato da San Benedetto.
La tradizione narra che, mentre il santo si trovava sotto il dirupo raccolto in preghiera, tre corvi gli indicarono la strada del suo cammino da Subiaco a Monte Cassino. La leggenda vuole che è lì che il Santo sconfisse il diavolo, facendolo cadere dalla rupe; ancora oggi è visibile nella roccia l’impronta che apparterrebbe al diavolo sconfitto.
A Vico nel Lazio, alle pendici del Monte Rotonaria, tra i boschi dei Monti Ernici, invece l’impronta misteriosa è da attribuirsi a un dinosauro risalente a 200 milioni di anni fa.

Strane sensazioni, inquietudini e paure possiamo avvertirle anche a Paliano. Imboccando in località La Cona, arriviamo presso la Fontana del diavolo, la fonte che ha il nome della figura stilizzata incisa nel tufo. Sulla Via Palianese Sud, invece, troviamo la palestra inclinata, una delle importanti opere dell’architetto Massimiliano Fuksas, capace di invaderci della strana sensazione di essere sul punto di cadere. L’opera, così creata per rappresentare il decadimento di vecchie convinzioni su cui era basata la società, si presenta come una gabbia in cemento armato chiusa sul lato verso la valle da una parete vetrata, a cui è anteposta una seconda facciata obliqua, rappresentata nel momento in cui sta cedendo, come inghiottita dal terreno sottostante. Oggi versa in uno stato di abbandono e sembra perfino intimorire gli abitanti col pensiero che la facciata della palestra possa cadere realmente.

Proseguendo il nostro immaginario cammino della paura possiamo recarci presso l’ex lavatoio dove si trova il Museo delle Torture, che ricostruisce i marchingegni utilizzati nei secoli passati per torturare.

Piena di luoghi ricolmi di inquietudini è anche la città di Alatri, un maniero di fascino ed enigmi. Su chi abbia eretto le mura Ciclopiche è fitto il mistero: massi troppo grandi per essere sollevati, difficili per essere così intagliati ed essere così giustapposti. Un antico popolo venuto da lontano, tracce di templari e poi l’affresco del Cristo nel Labirinto che continua a turbarci e ad inquietarci, custode dei propri segreti.
C’è poi chi ha rilevato che nell’ombelico dell’Acropoli la massa di vibrazioni sia superiore alla massa circostante, producendo un effetto positivo sullo stato emozionale di una persona, favorendo l’estasi mistica e la meditazione profonda.
E poi c’è il Lago di Canterno, noto con l’appellativo di lago fantasma, per la sua naturale instabilità, i repentini mutamenti di livello delle acque. Ad intervalli irregolari infatti il lago si secca parzialmente, per poi riapparire.
Alle leggende di Alatri si aggiunge quella ben nota del lupo mannaro, capace di suscitare paura soprattutto nei bambini, che evitavano di rientrare a casa tardi, per non incombere, nelle notti di luna piena, in incontri con uomini che soffrivano di licantropia.

A Collepardo, invece, situato in una radura all’ombra dei monti La Monna e Rotonaria, si trova il pozzo d’Antullo, un’immensa voragine formatesi in seguito al crollo della volta di una gigantesca cavità carsica.
La bellezza del luogo, unita al mistero per ciò che si conosce appena, ha ispirato una storia popolare che parla del crollo della dolina come di una punizione divina per Antullo e i suoi contadini, che nel giorno di San Pietro non onoravano il riposo e la preghiera.

Apparizioni

Alla fine degli anni ’80, a sollevare un velo di mistero fu anche il vetro di una casa di Supino, dove si era sparsa la voce della comparsa della raffigurazione del volto di Cristo. Per settimane ci fu un pellegrinaggio di fedeli, poi intervenne la procura che fece analizzare i vetri al Cnr. Dalle analisi non risultò nulla di anomalo e la vicenda si spense presto.
Dopo qualche anno, il fenomeno anomalo rifece scalpore, stavolta però con il mezzobusto della Madonna.
A turbare i frusinati anche la statua di Maria della Chiesa di S. Benedetto di Frosinone, un’immagine prodigiosa che sembra aver impressionato passanti con un movimento di occhi e con lacrime di sangue.

A caccia di fantasmi: dove trovarli

Secondo la tradizione dimora di fantasmi è anche Patrica. In certe notti, nella contrada Celletta, si racconta dell’apparizione di un misterioso fantasma, del quale non si sa nulla. Lo spirito appare dondolandosi vicino al fontanile ed ha un’inquietante particolare: non ha il volto, sebbene abbia comunque la testa.
Particolarmente ferrata sui fantasmi è Ceccano: sembra che in località Armicondi, dove una volta era presente un tempio pagano di epoca romana, vi sarebbe apparso un uomo senza testa; nella zona la Munuchèlla, dove c’era il monastero benedettino femminile di S. Angelo, vi appariva una monaca coperta da un lenzuolo sporco che invitava i malcapitati passanti a prenderla per mano; nella zona di S. Pietro, di notte, si notava l’apparizione di monache salmodianti in processione, rivestite di lenzuoli sporchi.
Considerati dagli abitanti luoghi di paura sono anche i ruderi del convento di S. Clemente, ormai inglobati nell’omonima macchia, il prato di S. Maria dove si diceva che le streghe tenevano il loro sabba, e il colle Leo, dove di notte si sentiva insistentemente il trotto di un cavallo.
Secondo testimonianze altri fantasmi continuano ad aleggiare in cerca di pace. Nelle notti di luna piena, nella macchia di Faito di Ceccano, qualcuno sostiene aver visto il corpo di un impiccato, agli puzzu gli Arcaru, una grotta con ingresso a pozzo posta sotto la montagna di Siserno, secondo la testimonianza di una persona ci sarebbe stata l’apparizione di un soldato; a Ferentino, nei pressi dell’Acquapuzza, vicino al passaggio a livello, sarebbe stato avvistato un uomo molto strano con la pipa in bocca, identificato poi con un suicida, morto sotto il treno; e sul colle S. Antonino esistono dei ruderi dove si crede che vaghi l’anima di una giovane fanciulla che la leggenda vuole che era stata fatta calare in una fossa a custodia di una bara d’oro, dove oggi si annidano gufi, falchi, civette.

Ma le storie sinistre non terminano qui. Passeggiando per Anagni, vicino a Santa Chiara, emerge dal muro di una casa un volto singolare: occhi enormi, bocca grande e pronunciata, naso schiacciato, una scultura volutamente abbozzata che non sembra proprio il volto di una persona, bensì di un gigante.
Stando in quello che una volta era il quartiere ebraico, nasce l’interpretazione che potrebbe trattarsi del Golem, quello che nell’Antico testamento è definito come “materia grezza”, ovvero un essere in fase di formazione, identificato dagli ebrei con Adamo. Nella tradizione è privo di intelligenza, non sa parlare né pensare, non ha sentimenti ma può contare su una forza sovrumana che ne fa uno schiavo ideale per chi lo crea, la leggenda vuole fosse stato un rabbino o un mago.

Anche Amaseno nasconde numerosi misteri e ricordi di vicende macabre e terrificanti.
Qualcosa di particolarmente misterioso è la prodigiosa reliquia che è conservata nella Collegiata di Santa Maria Assunta fin dal 1177, la Reliquia del Sangue di San Lorenzo Martire. Fino agli inizi del 1600 non si hanno particolari notizie di questa reliquia, fino a quando viene notato con stupore che quel prezioso contenuto, nella ricorrenza della festa del santo Martire il 10 Agosto, passa spontaneamente dallo stato solido allo stato liquido, da un colore rosso scuro a un rosso vivo.

Inquietanti storie si raccontano anche di Fiuggi, dove era rituale accendere grandi falò in onore di Februa, madre di Marte per purificare qualsiasi cosa.

Spostandosi su Ninfa, difficile ignorare la leggenda di Ninfa, la principessa che portava il nome della città stessa, promessa dal padre a colui che fosse riuscito a bonificare le terre paludose. Per via dello stregone Moro, la principessa vide svanire il suo desiderio d’amore con il suo amato Martino, allora, disperata, una notte salì fin sui merli e da lì si gettò nel lago.
Oggi si narra che nelle notti di luna piena dal lago è possibile udire una sorta di nenia, il lamento di due giovani innamorati che hanno visto infranto il loro bel sogno d’amore, e che proprio in quelle notti, il profilo di Norma, somigli alla figura di una bella addormentata.

A Veroli, a subire l’oscuro fascino del mistero, è il luogo chiamato Femmina morta, poi noto come Fossa Susanna.
Qui troviamo un cippo con un’elica conficcata e una targa: in ricordo dell’incidente aereo di due coniugi Suzanne e Alfred, scampati poco prima a un naufragio. Anche i coniugi come la Santa erano diretti nella città francese di Marsiglia il giorno 25 Maggio.

Sembrano essere stati attribuiti a Veroli alcuni paesaggi dell’Inferno che possano aver ispirato il grande Louis Cristophe Dorè, l’illlustratore che diede vita all’opera monumentale illustrata della Divina Commedia. Alcuni osservatori attenti hanno ritrovato nelle sue illustrazioni dell’opera del 1861 accostamenti suggestivi con il paesaggio dell’Ondola, a qualche chilometro fuori la città, sulla strada che un tempo portava al Giglio di Veroli. Zona impervia, con fenditure rocciose che emergono tra querce e ulivi a strapiombi di rocce.
Secondo racconti, Dorè, nelle ore passate al confine, andava spesso a disegnare nella bella zona dell’Ondola; l’autore M. Cioci, nei suoi scritti, a sostegno di ciò, ci riferisce che il Dorè fu anche militare in forza all’esercito francese, e che venne stanziato proprio in Ciociaria.
E se giungiamo al canto IV del Purgatorio notiamo il nome familiare di Caccume, molto probabilmente identificato con il monte del gruppo dei Lepini.

Ispirato dalla Ciociaria fu perfino Picasso, il massimo pittore dall’intensità misteriosa che ci ha regalato L’italienne, opera in cui la donna celata dietro il cubismo sembra essere proprio una ciociara, conosciuta durante un soggiorno del pittore. Possiamo infatti riconoscere il grembiule tipico, il copricapo e la collana di coralli rossi. Il pittore nel suo genere dipinge per liberarsi di sensazioni e visioni e osservando le sue opere ci fa vibrare l’anima.

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Silvia Frusone