La Ciociaria con gli occhi di Dante

La Ciociaria con gli occhi di Dante
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La storia che stiamo per raccontarvi inizia tra il 1111 e il 1123 quando a Settefrati un bambino di nome Alberico fu colpito da un malore molto grave. Durante il coma, durato ben nove giorni, ebbe una visione dell’oltretomba e immaginò di intraprendere un viaggio attraverso le dannazioni dell’Inferno e le beatitudini del Paradiso, accompagnato da S. Pietro. A ricordare la visione di frate Alberico ed il legame con Settefrati, proprio qui, nella chiesa di S. Maria delle Grazie è presente un pregevole affresco che richiama il suo viaggio ultraterreno. In esso su tre registri sono visibili paesaggi infernali nella parte inferiore, nell’intermedia gli angeli che chiamano a raccolta le anime sottoposte a giudizio, mentre in alto altri angeli portano i simboli della passione e convergono verso la mandorla centrale con Cristo giudice. La zona mediana è singolare: qui, tra le schiere del popolo di Dio sono identificabili S. Francesco e S. Domenico, vicini ad alti prelati e figure femminili. Una volta che Alberico divenne frate presso il monastero di Montecassino, la sua visione fu trascritta in varie pergamene e conservate presso l’abbazia.

Si può presumere che proprio durante un suo viaggio verso Napoli, Dante entrò in contatto con questa storia, che fu una delle fonti d’ispirazioni per la compilazione della Divina Commedia.

Il suo viaggio attraverso le terre a sud di Roma devono aver toccato profondamente il suo animo

Possiamo solo supporre la meraviglia di Dante che da Cassino, sulla “costa” del monte, alzando gli occhi, vide l’imponenza dell’abbazia fondata da S. Benedetto. Il poeta doveva essere stato colpito dalle forme e dalle architetture volute dall’abate Desiderio ma soprattutto dallo spirito contemplativo di S. Benedetto, considerato come uno dei grandi riformatori della Chiesa, la cui regola, secondo quest’ultimo, andava ad imbrattare solo polverose carte. Purtroppo non abbiamo la fortuna di ammirare l’abbazia che Dante vide, dal momento che fu cancellata da un terremoto nel 1349, ma colpisce ancora la tranquillità e la maestosità di un luogo che, malgrado diverse distruzioni e devastazioni, è rinato sempre sulle sue macerie, rimanendo un faro per l’umanità sia dal punto di vista religioso che culturale.

Di certo Dante non fu influenzato solo da Montecassino, ma nel suo viaggio attraverso la Valle Latina fu colpito dai paesaggi brulli e selvaggi di questi territori, che malgrado tutto ospitavano nobili città, protagoniste di importanti eventi storici. Tra le prime che incontriamo nel nostro viaggio sulle orme di Dante è Ceprano, la Ceperan citata nella Nona Bolgia dell’Inferno. Questa è la città che vide prima Federico II essere assolto dalla scomunica nel 1230 e poi suo figlio, Manfredi umiliarsi e giurare fedeltà a papa Innocenzo IV.

Qui lungo le sponde del Verde Liri, ricordato nel Purgatorio, furono riportate, dopo una prima sepoltura, le sue ossa, quasi un ulteriore schiaffo a questo re, che, pur essendo morto, tornò da prigioniero sotto il dominio papale. Qui fu seppellito sotto i sassi lanciati dai soldati vincitori, che secondo i costumi dell’epoca era comunque un riconoscimento cavalleresco nei riguardi di un avversario prode ma sfortunato. Il Liri, partendo dall’Abruzzo, attraversa un vasto territorio del Basso Lazio, e ne costituisce uno dei confini più antichi, toccando diverse città. Questo fiume trova a Isola del Liri uno dei paesaggi naturalistici più suggestivi: qui, infatti, con un alto salto, le acque, dividendosi in due parti, formano diverse cascate, di cui la più imponente raggiunge circa trenta metri di altezza.

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.                               

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

(Purgatorio, canto III)

Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava,                       

e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona
da ove Tronto e Verde in mare sgorga. 

(Paradiso, canto VIII)

Durante i suoi viaggi lungo la Valle Latina, Dante fu suggestionato dall’imponenza del monte Cacume, l’altura su cui sorge la città di Patrica. Il poeta fu colpito dalla sua forma conica, dominata da un abitato o un castello scomparso attorno alla seconda metà del XIV secolo e di cui rimangono poche tracce sulla sommità. La ripida salita che affascinò Dante, offre ai vari escursionisti di oggi piacevoli passeggiate attraverso i diversi sentieri che portano a contemplare un paesaggio mozzafiato sulla Valle Latina e la zona della Marittima e una natura incontaminata, dove è possibile incontrare varie specie animali e preziose orchidee.

Risalendo la valle attraversata dall’antico Trerus, non possiamo non soffermarci su Anagni, di cui Dante nella sua Commedia ricorda il famigerato oltraggio contro il vicario di Cristo, Bonifacio VIII. La città attuale offre al visitatore ancora tanti piccoli scorci di quello che doveva essere il centro antico, dominato dalla mole della Cattedrale e da palazzi che compongono il paesaggio del quartiere Caetani, in cui spicca la residenza di questa famiglia con le sue imponenti arcate rivolte verso i monti Ernici.

Perché men paia il mal futuro e il fatto,
veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto

(Purgatorio, canto XX)

Le tavole di Gustave Doré ispirate ai paesaggi verolani

Uno degli artisti che illustrò con i suoi disegni la Divina Commedia di Dante fu Gustave Doré che nel 1861 si lasciò affascinare dai brulli paesaggi verolani, che utilizzò nella rappresentazione di una parte dell’Inferno.

a cura di Maria Giudici e Leda Virgili