Storie di migranti invisibili

Storie di migranti invisibili
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Agli Altipiani d’Arcinazzo, emergenza umanitaria e solidarietà collettiva

Loro si chiamano Samuel, Antony e Daniel… In media 25 anni a testa e nello sguardo tutto il temperamento tipico di quella età. Occhi grandi, che raccontano sogni, speranze, domande. Sogni traditi, speranze deluse. Le domande tante, troppe e ahimè, prive di risposta.
Alle spalle un passato nella Nigeria oppressa dalla dittatura: prima lo sradicamento forzato da famiglie eccessivamente numerose, l’infanzia bruciata negli orfanotrofi e poi il desiderio di riscatto culminato con l’iscrizione all’università.
Daniel, Antony e Samuel volevano studiare. Ma la conoscenza, si sa, è bandita dai regimi dittatoriali, poiché rappresenta la chiave di volta per la libertà. Da qui la persecuzione politica e la necessità di tentare “il viaggio della speranza” verso la Libia, usando i risparmi di una vita intera. Poi dall’Egitto, il fuoco della Primavera Araba incalza in tutto il Nord Africa e nuovamente, la libertà non è più garantita. Libertà d’opinione, libertà d’espressione, libertà di azione soffocate da un totalitarismo che, in poche parole, esercita la minaccia costante: o-te-ne-vai-o-sei-morto.
Allora, cosa fare? Basta poco e l’immagine radiosa e attraente del Bel Paese, vittima più che mai di distorsione mediatica, s’impone nella loro mente come unica salvezza possibile. L’Italia dei Balocchi, l’Italia del soldo facile dove di lavoro ce n’è per tutti e dove la ricchezza è equamente distribuita. L’Italia che accoglie  a braccia spalancate e che sostiene gli stranieri con l’apprensione di una madre adottiva.
Eccoli atterrare a Lampedusa da un gommone sgangherato, con l’odore di morte addosso e nello sguardo un sentore di vittoria destinato presto ad essere smentito. Direzione, il centro CARA degli Altipiani di Arcinazzo, status: richiedenti asilo.
Qui la solidarietà dei 250 abitanti verso i 100 nuovi arrivati scatta sin da subito: sovrastando idee politiche e preconcetti vari, l’umanità e il buon senso hanno la meglio sull’ideologia, in una sorta di idillio bucolico purtroppo interrotto dalla recente espulsione di Samuel, Antony e Daniel. La loro colpa? Aver preso parte a una manifestazione chiaramente pacifica indetta insieme ad altri residenti nel centro allo scopo di migliorarne le condizioni interne.

“Abbiamo protestato perché i pasti arrivano quotidianamente da Roma: freddi e immangiabili. Perché dentro ogni stanza siamo troppi  e abbiamo un solo bagno a disposizione!”

Questi sono solo alcuni dei problemi pacificamente portati alla luce, ma il protocollo che regola il rapporto dei richiedenti asilo del CARA con la  cooperativa che ne è alla base, non ammette dimostrazioni. E se questo avviene, gli ospiti vengono immediatamente espulsi e dirottati in strada, senza il diritto di trovarsi un lavoro, né tanto meno di emigrare altrove.

Ragazzi fantasma, senza diritti né doveri. Come Daniel, Antony e Samuel in Italia ce ne sono altri. Vittime di un’emergenza umanitaria che rischia di ingigantirsi a estremi livelli. Per ora i tre giovani sono al sicuro, ospitati nella canonica di Padre Onofrio, giovane sacerdote impegnato quotidianamente in una battaglia contro l’ingiustizia e a favore dei diritti umani.

“La gente degli Altipiani è buona e generosa con noi: dopo l’accaduto ha sostenuto maggiormente la nostra causa facendo donazioni di ogni genere”, afferma Daniel con gli occhi lucidi ma spenti.
Chiedo se gli piaccia l’Italia e se ci rimarrebbe volentieri oppure preferirebbe spostarsi all’estero. Senza pensarci troppo mi dice: “l’Italia è un Paese bellissimo, ma nel mio cuore c’è il ricordo costante della Nigeria: se avessi potuto scegliere, se mi fosse stata garantita la libertà in patria, sarei rimasto sicuramente lì.”
Un attimo di silenzio. Un silenzio che vale più di mille parole e riprende “sto bene qui, anche se a quasi 900 m. di altezza fa freddo”. Accenna un sorriso guardandomi avvolta nella mia eco-pelliccia e a quel punto mi metto a ridere anche io.
Infine, alla mia domanda su eventuali progetti futuri, Daniel risponde:

“Vorrei continuare a studiare laddove ho dovuto interrompere, vorrei trovarmi un lavoro, ma vorrei prima di tutto mi fosse garantita semplicemente la possibilità di esistere”. Perché per adesso, Daniel, Antony e Samuel agli occhi delle istituzioni non esistono davvero.

Martina Molinari

Chiesa Altipiani di Arcinazzo