Campocatino – La Monna: il trekking alla portata di tutti

Campocatino – La Monna: il trekking alla portata di tutti
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Passeggiando sui Monti Ernici

Di tanto in tanto mi metto ad ascoltare le passioni di qualcun altro. Gliele faccio raccontare, per vedere se mi lascio coinvolgere, e fino a che punto. Con la montagna, per esempio, è andata così.
L’appuntamento è alle 8.00. Una partenza non troppo mattiniera, ma che ci permetteva comunque di iniziare la nostra giornata senza troppa ansia.
D’altronde il percorso parlava chiaro: 2 ore e dieci minuti all’andata, 2 ore e dieci minuti al ritorno.
Si parte dai 1793 metri di Campocatino e si arriva fino a 1952 metri, dove si trova la vetta della Monna, Monti Ernici, provincia di Frosinone. Sentiero C.A.I. n. 4. Un dislivello di appena 200 metri è l’ideale per chi, come me, non frequenta troppo la montagna. Una cosa che si può fare, da principianti. Dicevamo della mattina: eravamo in perfetto orario, zaino pronto, con dentro pane e frittata, acqua, frutta, cannocchiale. E poi ci fidiamo dei nostri amici, esperti camminatori che, per l’occasione, ci daranno le indispensabili racchette da trekking.
Fuori è una bella giornata, lasciamo Alice (nostra figlia, 7 anni troppo piccola) dai miei, arrivano Giulio e Maria, si parte. Da Fiuggi per arrivare a Campocatino si passa per Guarcino e si sale su. In tutto 50 minuti e arriviamo. Una volta su ci accoglie un paesaggio lunare: la stagione sciistica è ormai alle spalle, punti ristoro e alberghi chiusi. Si vedono solo montagne e mucche sparse nella vallata. Intorno a me macchie di verde, ma poi il paesaggio diventa spoglio, arido. C’è un silenzio irreale, il cielo è blu. Lungo il cammino verso la Monna il sentiero è segnalato da tracce di vernice color rosso e bianco sui sassi: due strisce, e non sempre evidenti. La cosa dovrebbe essere questa: tu vedi il segnale dipinto su un sasso, e vai in quella direzione, poi una volta superato ce n’è (insomma ce ne dovrebbe essere) subito un altro. Diciamo che, a parte qualche passaggio, ci si orienta abbastanza bene.
Ci aspettano tre cime: Monte Vermicano, Campo Vano, Monte Monna.
La montagna in compagnia è ancora più bella, ti fa raccontare cose della vita, te la senti più addosso. La bellezza della natura, creata da seducenti tonalità di blu e sorprendenti forme di nuvole, ti fa vivere ogni istante come una verità. Il vento ti attraversa, come una sottile lama fredda. Salendo le parole si fanno più rare.

Dopo un’ora di cammino incontriamo un cartello che ci indica le distanze da altre località montuose dai nomi un pò cupi (tipo Monte Femmina Morta, Passo del Diavolo) oppure scoraggianti (Monte Crepacuore). Ma lo splendore del panorama che ci aspetta fino alla Monna ci spinge ad andare avanti con fiducia.

Il percorso verso la vetta si fa sempre meno sterrato, e sempre più pieno di sassi e ghiaia, mentre sta arrivando qualche nuvola e il vento forte e gelido si fa sentire nei passaggi più esposti. Le viste sono mozzafiato: dal Gran Sasso alla Maiella dipinta di luci rosse e lucenti del versante abruzzese, Frosinone, Monti Lepini e promontorio del Circeo dalla parte laziale.
Mentre saliamo maledico la mia imprudenza nel non essermi portato un paio di guanti e un giubbotto a maniche lunghe. I ragazzi che mi passano affianco hanno maniche corte, ma a volte – si sa – l’età fa la differenza. Per fortuna un po’ più in alto si intravede la Monna, con una croce svettante, che ci indica la vicinanza della meta. La presenza di altri camminatori ci fa ben sperare sulla riuscita dell’impresa. Un ultimo passaggio su una salita alquanto rocciosa e scomoda e arriviamo in cima, stanchi ma felici. In vetta c’è sempre la voglia di ricordare qualcuno, si lasciano santini come al Divino Amore: forse perché da qui c’è un senso mistico più forte, una vicinanza maggiore con il divino che consola. Ora ci aspetta un immancabile selfie di gruppo sotto la croce, e una buona mezzora fatta di panini e riposo. Il sole ci scalda mentre noi, grazie al prezioso cannocchiale, setacciamo i quattro punti cardinali.
Tra Collepardo e Vico nel Lazio, nella macchia verde più fitta ecco – magnifica – ergersi la Certosa di Trisulti, un monastero spettacolare fondato nel 1204 D.C. e abitato da monaci cistercensi. Mi abbaglia la vista da quassù pensando alle centinaia di anni di storia passati da questo territorio, dove non è difficile imbattersi nel cippo divisorio tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Ma è già ora di ripartire perché le nuvole – che ormai hanno circondato la Monna – si fanno più intense: c’è un serio pericolo di pioggia. La via del ritorno è altrettanto bella, ma più faticosa, con un vento ancor più gelido e il passo svelto. La vista è più consapevole. Pagato pegno a un po’ di inesperienza, la montagna ci regala sensazioni belle e soprattutto una pienezza d’animo che ci rimane addosso per giorni. Dopo oltre quattro ore di cammino e scenari di rara bellezza, la conca erbosa del Vermicano ci porta verso la base di Campocatino. Questa volta ci sembra tutto più familiare, compresa la locanda aperta che ci appare come un miraggio: un tè caldo e ottimi Amaretti di Guarcino ci rimettono in sesto. Il quel momento non volevamo altro: solo parlare della nostra prossima uscita.

Andrea Giorgilli